Finestre e balconi e Social NetworkingLa Provocazione..Finestre, Balconi e Social Networking Gli edifici aziendali hanno sempre e solo finestre. Non hanno balconi: questo è il più grosso limite per la vision e il social networking. Un limite che da fisico può, spesso e forse inconsapevolmente, diventare psicologico. La finestra è un’apertura che focalizza l’attenzione su una limitata porzione di realtà che ci circonda: solo quella che ci sta davanti. E così la finestra riduce drasticamente la quantità di informazioni che prendiamo in considerazione rispetto a quella potenzialmente disponibile nell'ambiente. Il balcone, al contrario, permette di vedere ciò che mi circonda, cogliendone tutta la circolarità ed è proprio per questo che il balcone è luogo privilegiato di condivisione e relazione sociale (ne è emblema il balcone che corre lungo tutto l’appartamento e collega diverse stanze). Il balcone, poi, è un luogo sospeso da cui sospendere il giudizio, o meglio, il pregiudizio, per osservare la realtà quotidiana per quella che è o che non è più o, ancora, che si vorrebbe che sia. Per questo il balcone è un’apertura verso il mondo esterno che comporta il dover uscire per entrare in rapporto con gli altri. Uscire dai propri modelli mentali, ma anche dalla centratura su noi stessi quale fulcro del mondo. La visione frontale (quella della finestra) è stata prediletta dall'architettura sin dall'antichità, oggi però il Network è ovunque e invade tutti gli spazi, investe tutti i sensi contemporaneamente e sfida la visione frontale. La Nostra RispostaLe metafore della finestra e del balcone per descrivere il social
networking sono sicuramente calzanti. Noi stessi siamo molto spesso
delle finestre che, invece di facilitare il passaggio della luce
(relazioni), ne respingono i suoi raggi e i potenziali benefici. La metafora del balcone mi ricorda anche alcune
esperienze personali di realtà virtuale fatte tempo fa nei National
Studio's di Los Angeles e che ricreavano la scenografia di film quali
'Viaggio nel futuro'. L'impressione generata nella mente era di un
balcone che si apriva e si proiettava nel vuoto permettendo la
navigazione nello spazio virtuale, la scoperta di nuove entità e dei
molti modi possibili per entrare in contatto con loro. Ma mi ricorda
anche la volatilità di quell'esperienza e la perdita di contatto con la
realtà (sociale e personale) che aveva generato. Anche nel social
networking i nodi non sono l'elemento fondamentale ma le realzioni
possono rivelarsi facilmente per quello che sono: quantitativamente
importanti, qualitativamente poche, molte o tutte sempre terribilmente
volatili. |
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Innanzitutto un complimento doveroso: bella immagine scritta bene. E poi un contributo altrettanto doveroso. Perchè un contributo così piacevole non rimanga solo quello di una esortazione solo retorica a diventare finestre. Cerco di rispondere ad una domanda: ma come si fa a diventare balconi? Personalmente e socialmente? Personalmente: la sfida più difficile. Dai, noi tutti appena hanno letto l'articolo abbiamo individuato mille persone che consideriamo finestre. E certamente noi tutti ci consideriamo gli unici e veri balconi sul mondo. Non ho grandi suggerimenti definitivi al riguardo, solo qualche piccolo stimolo. Il primo: facciamo esercizi di ascolto senza dover per forza parlare. Lasciamo, qualche volta, quell'ansia della risposta, che ci attanaglia le budella. E rilassiamoci nell'ascolto, soprattutto delle storie che ci sembrano assurde. Non cercando di classificare, capire, giudicare, ma lasciandoci cullare dal tempo e dal suono della "assurdità". Scopriremo che l'assurdità, qualche volta, è un grande balcone su di un mondo che neppure immaginavamo esistesse. Il secondo: sentiamo il dovere della proposta. Quando siamo convinti di essere finestra, allora rendiamo ragione di questa nostra speranza. Cioè chiediamoci: la nostra visione forte ed audace che contributo originale fornisc ai problemi che oggi sembrano insolubili dello sviluppo personale, sociale, economico, politico etc? Se scopriamo che non ci escono proposte o, peggio, ci esce solo la denuncia nel confronti di qualche cattivo, allora al massimo siamo un balcone che si è sporto solo per sputare in testa a qualcuno. Terzo: sentiamo il dovere di evitare la noia agli altri. Evitiamo di dire cose già dette da altri. Sono mille le cose che occorre ancora dire perché le cose già dette sono solo embrioni che hanno bisogno di mille cure. Sentiamo il dovere della innovazione, non adagiamoci nella imitazione o nella ripetizione. Accidenti, ho detto che volevo dare un contributo perché una provocazione non rimanesse una predica e sto aggiungendo solo un’altra predica. Allora provo a correggermi. E mi butto sul sociale. Perché sul personale, davvero non ho niente di più che i piccoli suggerimenti che ho proposto. E ci provo con un sociale specifico: il gruppo di Complexlab. A questo gruppo mi sento di avanzare una proposta per essere balcone. Ed un balcone visibile. Innanzitutto, diamo contenuto alla parola complessità. Oggi dietro questa metafora ci stanno cose così varie e diverse da sembrare un carnevale splendido e rutilante, ma da riporre quando la festa (ad esempio il corsetto di formazione che abbiamo strappato con tanta fatica) è finita.
Allora credo che sia nostro dovere, da un lato, censire e, dall’altro, tentare di sintetizzare tanta splendente eterogeneità. Certo non per costruire una nuova ideologia, ma una grande storia sì. Se, insieme, non costruiremo una grande storia non saremo balcone. Aggiungendo un contributo alla metafora: il balcone è quello che permette di vedere, ma anche di essere visti. E per essere visti occorre una grande bandiera.
Poi dovremo declinare: utilizzando queste metafora dovremo dare contributo di conoscenza e di proposta riusciamo a dare allo sviluppo etico ed estetico della nostra società. Io credo che possa essere questo: la scoperta dei processi di sviluppo dei sistemi umani, dalla singola persona, alle organizzazioni, all’umanità nel suo complesso. E poi la proposta di “strumenti” per gestire questo sviluppo. Oggi non conosciamo quali siano questi processi di sviluppo e, tanto meno, sappiamo gestirli.
I brainframes sono un primo passo in questa direzione, un primo ologramma di questo programma di ricerca e di sperimentazione. Ne indico un altro, qui in esclusiva. Stiamo operando perché si organizzi un Brainsframes a livello mondiale. Un grande Evento di ricerca e speranza perché si raggiungano i due obiettivi che ho indicato: comprendere i processi di sviluppo dei sistemi umani e trovare degli strumenti per gestirli In concreto stiamo cercando sponsors che vogliano fare di Milano la comunità che stimola ed ospita questo evento. Così facendo, invece di lavorare per un evento nel 2015 con la speranza che, dopo, quella data e, grazie a quell’evento la città si rivitalizzi, noi proponiamo un Evento che, innanzitutto non è la continuazione di una imitazione che dura da più di un secolo: l’Expo’ di Parigi. E, poi, soprattutto,non è unico e promette di dare un contributo immediato ai problemi dello sviluppo umano. E di fare di Milano la città che guida ad affrontare finalmente la sfida dei sistemi umani.