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Wittgenstein e diritto, per una lettura dei fatti che tenga conto dell'esperienza

Il Diritto letto con la lente di Wittgenstein


Senza esperienza non si ha diritto, solo l’evento ci rende consapevoli di un diritto su di esso, ma non si è sicuri della sua esistenza finché il malessere incontrato nel rapporto non ci viene disvelato dalla conoscenza ad opera di terzi dei diritti che ad esso sottostanno.
Noi conosciamo solo l’evento attuale, di quelli precedenti ne abbiamo memoria? E quale ?
Non  una memoria esatta, bensì frammentata e piegata dal contesto attuale, pertanto crediamo di ricostruire i sentimenti che hanno portato all’accaduto storico proiettando in essi frammenti elaborati attualmente, non vi è quindi uno sviluppo omogeneo bensì un succedersi di eventi staccati, ognuno di per sé completo ma premessa per il successivo, come nelle mosse di una scacchiera.
Quello che tesse le parti è la “mancanza primaria” di ciascun individuo, ossia la necessità infantile a cui lui deve rispondere e su cui si è strutturato, il suo agire intorno alla soddisfazione di questo bisogno primario modificherà l’evento sia organizzativo che giuridico.
Sfugge il ricordo degli eventi, ma ne rimane lo spirito come unico grande contenitore entro cui gli stessi vengono a sfumare.
La testimonianza viene filtrata dalle sensazioni senza che  queste possano volgersi nei sentimenti di allora.
Non resta altro che dire : “Ora sono disposto a dire”, leggendo le intenzioni di agire secondo certi ricordi degli stati d’animo.
Non vi è spiegazione logica se non negli stati d’animo di un “fenomeno organizzativo”, di cui tuttavia non vi è ricordo dell’inizio e del proseguimento, pertanto si avranno varie esperienze vissute apparentemente coordinate, singole immagini mentali di un fatto.
Si ha una rappresentazione di ciò che si è visto in termini molto elastici, la sua rappresentazione a terzi dà luogo a letture diverse a seconda del vissuto elaborato e delle esigenze su cui si è strutturati.
Tuttavia, sebbene vi sia un succedersi di eventi di per sé isolati il singolo atto perde senso se isolato dal contesto.
Il processo interno ha bisogno di criteri esterni che ne fungano da supporto e questo  crea l’attesa dell’evento, la speranza ma non la certezza nel rapporto con il diritto, di ottenere determinati risultati da esso.
La lettura del fatto passato è un resoconto del manifestarsi delle mie speranze, ma non una descrizione;  è giusto quello che per le mie esigenze è giusto, e le mie esigenze corrispondono alle mancanze e divieti da me sopportati all’origine della mia formazione.
Pertanto posso accettare la testimonianza di altri, non come una testimonianza ma più semplicemente come manifestazione di cosa l’altro è disposto a dirmi, si esamina il sentimento dell’intenzionalità in quanto nel calare la proposizione in un contesto, non potendo essa vivere isolatamente, traduciamo l’evento nel nostro modo di pensare. 
Dobbiamo evitare di porre il sentimento dell’intenzionalità là dove non esiste, creando false immagini dei processi di riconoscimento attraverso paragoni con le nostre esperienze e carenze.

In che modo si giudica?

Si prendono in considerazione più possibilità, fermandosi su di una, ed è l’atmosfera che predispone la scelta della possibilità, questo comporta che si può pensare e intendere ciò che nella realtà non esiste, ma non solo vi sono altre illusioni quali il linguaggio e le proposizioni che intervengono nell’intendere.
Se noi ci chiediamo: che cosa è il linguaggio ? e che cosa è la proposizione ? in realtà ci poniamo il problema dell’essenza nascosta del pensiero e del perché dell’evento, viene meno l’illusione della completa esattezza, accettiamo il rischio della comunicazione fondata sull’imperfetto intendere.
L’essenza del pensiero è la creazione a priori di un ordine delle possibilità del mondo che acquista valenza nella forma comunicativa del linguaggio scritto o verbale.
Noi ci illudiamo che esistano a priori concetti chiari nella struttura logica della proposizione che intravediamo sullo sfondo, questo ordine in realtà è visto attraverso le lenti delle nostre idee di cui non ce ne priviamo per la sicurezza di lettura che riforniscono.
Ecco, quale è la valenza del segno? Se ci sentiamo così insoddisfatti delle nostre  interpretazioni quotidiane, aggrovigliati nelle nostre strutture logiche, rompendoci la testa sull’essenza del segno.

Vi è una profondità nel fraintendimento delle nostre forme linguistiche, una difficoltà comunicativa dettata dal succedersi degli innumerevoli eventi di cui si cerca la codifica, è un rincorrersi continuo tra i due estremi in cui la codifica non precede ma segue l’evento. L’immagine da noi costruita determina la nostra condotta, dà la certezza al diritto coincidente, ci tiene prigionieri ma per questo regola la complessità dei rapporti.

Ma fino a quando se gli eventi mi inducono ad acuire il pensiero in cerca di una sopravvivenza?

La quotidianità ci rende semplici le cose e per tale via l’essenza viene a noi nascosta, è la famigliarità che ne riduce lo spessore, al contrario l’assurdo ne mette alla prova la tempra e la quotidianità nasconde nelle sue pieghe l’evento assurdo.
Il diritto, come uno dei tanti possibili linguaggi, è fondato apparentemente sulla codifica degli eventi passati, ma in realtà è il calcolo degli scenari probabili, il linguaggio giuridico non è altro che possibilità dello scenario futuro di un evento su cui viene decisa dal singolo l’azione.
Il diritto viene pertanto vissuto come probabilità di un evento futuro, di cui si spera la divinazione dagli eventi passati.
Possiamo quindi affermare che il diritto non è che uno stato psichico, come del resto qualsiasi organizzazione sociale umana e quello che ad essa si rifà. Per questa via può affermarsi che anche la contabilità non è che una forma di ordine psichico, dei segni che manifestano in termini matematici un ordine psichico che ha dato luogo ad una sommatoria di eventi, possibile chiave di lettura di una scala di valori.

Saremo in grado di comprendere la successione delle differenze numeriche? O ripeteremo una collocazione di numeri senza conoscerne il linguaggio, ossia il significato del segno? E cosa vogliamo noi dire?

Diciamo: adesso lo so! Ma possiamo dire: conosco questa successione? O più semplicemente accettiamo senza sapere ?
Dobbiamo chiederci: mentre fai una mossa conosci l’intero gioco? Sai l’evento in quale scacchiera si pone?
D’altronde leggere non comporta capire, sono fatti diversi e questo coinvolge tutte le scienze sociali dal diritto alla contabilità, la conoscenza si acquisisce attraverso la sperimentazione, integra il comportamento, creando il pensiero.
Perché il segno funzioni quale trasmissione si deve stare a guardare la sua applicazione e da lì imparare, evitando l’ostacolo del pregiudizio, anzi usandolo come termine di prova.


Bibliografia
•    L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Einaudi 1967.

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pubblicato il 06 Ottobre 2009

Autore

Sergio Sabetta

corte conti

coordinatore

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