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Complessità ed emergentismo nel pauperismo-riflessioni

 

Come tutti i fenomeni emergenti anche per il pauperismo non si è in grado di controllare pienamente questo fenimeno, in quanto non semplicemente un "micro- fenomeno emergente" isolato, bensì rientrante in un sistema complesso quello sociale e della mente umana che evolve nel tempo, dotato di imprevedibilità e origine dal basso. Il pauperismo è un fenomeno associato alla globalità di un sistema complesso che impone vincoli alle parti, non è altro quindi in definitiva che il risultato dell'azione vincolante di un'organizzazione sistemica, pertanto riducibile ma non del tutto eliminabile (Morin).

Il pauperismo agli inizi della rivoluzione industriale è un fenomeno molto diffuso, se si pensa che nella sola Inghilterra circa il 25% della popolazione nel XVIII secolo era in stato di povertà.

La situazione cominciò a modificarsi con la rivoluzione industriale sebbene non vi sia una concordanza sui suoi effetti immediati in termini di ricchezza distribuita sulla popolazione a cavallo del secolo.

Le consuetudini vennero meno a partire dalla seconda metà del '700 e solo l'intervento legislativo sociale a partire dalla metà del XIX secolo permise la creazione di un nuovo status sociale per le classi più povere.

All'inizio il culto del lavoro porta ad una visione negativa del pauperismo quale causa di debolezza nazionale, con interventi di carattere punitivo quali le case di lavoro e l'esclusione automatica dei poveri da ciò che era puramente necessario al vivere materiale, si crea pertanto la dottrina dei bassi salari quale mezzo per spingere al lavoro persone altrimenti portate all'ozio.

Queste concezioni durano fino alla fine del XVIII secolo, quando cominciò a farsi strada una nuova teoria che vede nei salari più alti un occasione per l'espansione dei consumi e l'assorbimento di una sovrapproduzione che si sta manifestando, oltre che un incentivo al lavoro.

Si delineano una serie di movimenti riformisti che vanno dalla salute pubblica, alla cura scolastica dei minori, ai servizi municipali i quali si intrecciano con gli sviluppi scientifici, economici, filosofici e politici fino a delineare una nuova immagine del povero quale prodotto della società così come organizzata.

Tuttavia contemporaneamente vi è un incremento della povertà con il rischio del crollo del sistema assistenziale in tutti i paesi in via di industrializzazione, la risposta immediata dettata dall'allarme sociale è un nuovo massiccio ricorso alle case di lavoro il cui fallimento induce nuovamente alla tecnica dei sussidi esterni e alla allocazione dei poveri nelle nuove manifatture che stanno sorgendo.

Quale risposta all'individualismo prima mercantilista e poi industriale si manifesta e si diffonde a partire dall'Inghilterra il socialismo inteso in termini utopistici e non scientifici quale dittatura del proletariato, si definisce pertanto un nuovo concetto di giustizia sociale visto quale ordinamento in grado di perseguire la pace eliminando le tensioni frutto di eccessive diseguaglianze non temperate da meccanismi di assistenza.

Se nel sistema mercantilistico si crea un vasto mercato finanziario globale basato sul commercio di merci naturali o prodotte in termini semi-industriali, con l'industrializzazione si passa alla produzione tecnologicamente sempre crescente di merci, l'esaurirsi dei mercati comporta la necessità di superare le ricorrenti crisi con l'espansione del sistema sia in termini territoriali che su nuovi settori economici.

Nell'analisi marxiana (socialismo scientifico) la forza lavoro diventa una qualsiasi merce acquistata e venduta dal capitale e vi è una netta distinzione con il lavoro, quale attività umana creatrice, il sistema regge solo in quanto in continua espansione ma potenzialmente in conflitto con il suo ambiente naturale.

Si passa da una valutazione teologico-moralista o più semplicemente empirica ad una analisi scientifica del problema del pauperismo, l'economista Brentano inizia ad affrontare il problema del lavoro e giudica quale migliore soluzione la promozione dei sindacati liberi.

Con il XX secolo la povertà diventa oggetto di studio nell'economia del benessere (Pigou), fino ad essere sviluppata nell'analisi dei problemi della giustizia distributiva, ricondotta tuttavia al concetto di ineguaglianza e all'individuazione di un livello di reddito chiamato linea di povertà.

Se a partire dagli anni '30 a seguito della grande depressione emergono le teorie keynesiane sull'equilibrio della sotto-occupazione e pertanto matura l'intervento pubblico quale stimolo alla domanda, basti pensare al new deal, è nell'ultimo quarto di secolo che si adotta un diverso quadro teorico di riferimento costituito dai bisogni, dai diversi modi di appagarli, dai panieri di beni e dai servizi richiesti per appagarli (Sen).

Si ottiene una distinzione fra "povertà assoluta" quale indigenza e "povertà relativa", intesa come disuguaglianza economica, nasce un approccio multidimensionale che unendo aspetti economici, sociologici e psicologici riesce ad indagare aspetti non soltanto materiali di privazione, ossia le "nuove povertà" quali manifestazioni di emarginazione socio-culturale.

Rinasce il dibattito tra liberalismo estremo e interventismo pubblico in cui si esaltano le forze di mercato e i liberi scambi per recuperare successivamente la necessità dell'intervento pubblico al fine di fornire i servizi pubblici di base quali infrastrutture, istruzione, sanità e innovazione tecnologica, i quali difficilmente sarebbero sviluppati dall'intervento privato senza prima il raggiungimento della massa critica necessaria e con esposizione verso le fasce più deboli economicamente non interessanti.      
Si riscopre l'antico principio che un aumento della ricchezza complessiva non siglifica necessariamente benefici per tutti.

Gli stessi flussi migratori, visti inizialmente come dinamica esclusivamente positiva per i paesi più poveri al fine di ridurne la pressione interna e come rimessa economica stabile, sono ripensati in quanto non automatica fonte di crescita per i paesi di origine, se non accompagnati da un ritorno degli emigranti con il know-how necessario all'impianto di attività economiche, oltre che al naturale impoverimento del paese delle persone dotate di maggiore iniziativa.

Anche per questo fenomeno si recupera la necessità di una sua regolazione, non solo in termini di ordine pubblico, ma in un'ottica di allargamento dei mercati in termini di produzione e consumo. Dobbiamo tuttavia considerare che la povertà si manifesta non solo in termini quantitativi, ma nelle società economicamente avanzate anche in termini qualitativi.

La complessità del fenomeno e la sua dinamicità è tale che, come abbiamo all'inizio descritto, non potrà mai essere del tutto eliminata  anche in società economicamente avanzate, ma fisiologicamnete controllata e ridotta alle percentuali minime possibili, in quanto collegata oltre che alle dinamiche economiche quali nell'ambito lavorativo la disoccupazione ciclica, stagionale, tecnologica e frizionale ad aspetti propri della relazionalità sociale della mente umana.

E' l'ampiezza del livello socialmente accettato della povertà che ne determina la trasformazione da problema individuale a problema sociale, una soglia fisiologica che ad esempio nell'ambito lavorativo è fissata comunemente quale disoccupazione al 3-4% della popolazione attiva, uno scalino del tutto incomprimibile.

Bibliografia

- N. Abbagnano, Storia della filosofia, 1974.

- L. Pierre, Storia economica e sociale del mondo, 1980.

- A. C. Pigou, Economia  del benessere, 1929.

- A. Sen, Povertà e carestia, 1981.

- J.D. Sachs, Cancellare la miseria, in "Le Scienze", 60/69, 447, 11/2005.

- E. Morin, Il metodo. Ordine , disordine, organizzazione, 1983.

- T. Tinti, Il concetto di emergenza tre dualismo e materialismo, in ComplexLab.

- E. J. Hobsbawm, Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale, 1986.

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pubblicato il 11 Giugno 2008

Autore

Sergio Sabetta

corte conti

coordinatore

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